Quando una cura, un ricovero o un intervento hanno un esito inatteso, la prima domanda che il paziente o i suoi familiari si pongono è spesso molto semplice:
quello che è accaduto era inevitabile oppure qualcosa avrebbe potuto essere fatto diversamente?
È una domanda legittima, ma non ha quasi mai una risposta immediata.
In medicina possono verificarsi complicazioni anche in presenza di una condotta corretta. Allo stesso tempo, definire un evento come una semplice “complicanza” non è sufficiente, da solo, a escludere una responsabilità.
Occorre comprendere cosa sia realmente accaduto, quali condizioni presentasse il paziente, quali decisioni siano state assunte e, soprattutto, se una diversa condotta avrebbe potuto evitare o ridurre le conseguenze subite.

La responsabilità della struttura sanitaria

La legge distingue la posizione della struttura sanitaria da quella del singolo professionista.
La struttura pubblica o privata risponde, secondo le regole della responsabilità contrattuale, sia delle proprie eventuali carenze organizzative sia delle condotte dei professionisti dei quali si avvale nell’esecuzione della prestazione sanitaria.
Possono quindi assumere rilievo non soltanto l’errore del singolo medico, ma anche problemi quali un difetto di organizzazione, un mancato coordinamento tra reparti, l’inadeguatezza delle attrezzature o l’assenza di procedure idonee a gestire determinate situazioni.
Anche in questi casi, però, la responsabilità non può essere presunta: occorre individuare l’inadempimento e verificare se abbia concretamente determinato il danno lamentato.

Quando una vicenda merita di essere approfondita

Non esiste un elenco chiuso di casi di responsabilità sanitaria.
Vi sono, però, alcune situazioni che ricorrono con particolare frequenza:
- una diagnosi formulata tardivamente;
- un intervento che presenta esiti anomali o particolarmente gravi;
- un peggioramento del paziente nonostante la presenza di segnali clinici significativi;
- dimissioni seguite, a breve distanza, da un nuovo ricovero;
- un secondo intervento resosi necessario per correggere le conseguenze del primo;
- carenze nella sorveglianza del paziente;
- problemi di comunicazione o coordinamento tra reparti e specialisti;
- infezioni contratte durante il ricovero.
La presenza di una di queste circostanze non significa automaticamente che sia stato commesso un errore.
Significa, però, che può essere opportuno esaminare la documentazione e ricostruire con precisione il percorso di cura.

Infezioni ospedaliere: non basta dire che erano inevitabili

Un settore particolarmente delicato riguarda le infezioni correlate all’assistenza sanitaria.
Il fatto che un’infezione sia insorta durante il ricovero non determina automaticamente la responsabilità della struttura.
Occorre verificare quali misure di prevenzione fossero state predisposte, quali procedure siano state concretamente adottate e se vi sia un collegamento causale tra la gestione sanitaria e l’infezione.
Anche in questo caso, quindi, il punto centrale non è semplicemente stabilire che l’infezione si sia verificata in ospedale, ma comprendere se avrebbe potuto essere evitata attraverso una corretta applicazione delle misure richieste nel caso concreto.

Ritardo diagnostico e perdita di possibilità terapeutiche

In alcuni casi la contestazione non riguarda una cura sbagliata, ma il momento in cui la diagnosi è stata formulata.
Un ritardo può assumere rilievo quando ha determinato un peggioramento della situazione clinica oppure ha ridotto concretamente le possibilità di trattamento.
Non è sufficiente, quindi, dimostrare che la diagnosi avrebbe potuto essere formulata prima.
Occorre verificare se una diagnosi tempestiva avrebbe ragionevolmente consentito un risultato migliore.
In determinate situazioni può venire in considerazione anche la cosiddetta perdita di chance, cioè la perdita di una possibilità seria e apprezzabile di ottenere un esito più favorevole.
Anche questa valutazione richiede però particolare prudenza: non ogni possibilità astratta o ipotetica costituisce un danno risarcibile. Deve trattarsi di una possibilità concreta, sostenuta dagli elementi clinici e scientifici del caso.

Consenso informato: la firma del modulo non sempre è sufficiente

Un ulteriore profilo può riguardare l’informazione fornita al paziente prima di un trattamento.
Il consenso informato non dovrebbe essere considerato una semplice formalità burocratica.
Il paziente deve essere posto in condizione di comprendere la propria situazione, la natura del trattamento proposto, i principali rischi e le eventuali alternative, così da poter assumere una decisione realmente consapevole.
Questo non significa che ogni carenza informativa dia automaticamente diritto a un risarcimento.
Occorre verificare concretamente quali informazioni siano mancate e quale conseguenza abbia prodotto quella omissione, anche rispetto alle scelte che il paziente avrebbe potuto compiere se fosse stato adeguatamente informato.

La cartella clinica è il punto di partenza

Prima di formulare conclusioni sulla correttezza o meno dell’assistenza sanitaria è generalmente necessario acquisire la documentazione completa.
Non soltanto la cartella clinica, quindi, ma anche:
referti diagnostici, esami di laboratorio, verbali operatori, schede infermieristiche, consensi, lettere di dimissione, documentazione dei successivi ricoveri e accertamenti effettuati presso altre strutture.
La documentazione deve essere esaminata nel suo insieme.
Un singolo esame o un singolo dato clinico possono assumere un significato completamente diverso se inseriti nella successione temporale degli eventi.
Anche eventuali lacune della cartella clinica devono essere valutate attentamente: non dimostrano automaticamente una responsabilità, ma possono assumere rilievo nella ricostruzione della vicenda.

La valutazione deve essere necessariamente anche medico-legale

Una vicenda di responsabilità sanitaria non può prescidere da una preventiva valutazione medico-legale, senza la quale non può essere affrontata nemmeno dal punto di vista giuridico.
Occorre stabilire se la condotta sanitaria fosse corretta sotto il profilo tecnico e, soprattutto, se l’eventuale errore abbia realmente causato il danno.
Per questo motivo l’analisi dell’avvocato deve normalmente essere accompagnata dalla valutazione di un medico legale e, quando necessario, di uno specialista nella disciplina interessata.
Questo esame preliminare serve anche a evitare iniziative prive di un adeguato fondamento.
Prima di avviare una controversia è infatti essenziale comprendere se esistano elementi tecnici sufficienti per sostenere che vi sia stata una condotta censurabile e che quella condotta abbia prodotto un effettivo aggravamento delle condizioni del paziente.

La valutazione del danno

Un'attenta ed accurata valutazione del danno è sempre di fondamentale importanza, in particolar modo quando il paziente era già affetto da una pregressa patologia. Difatti, anche in presenza di errore medico, occorre sempre distinguere ciò che sarebbe comunque derivato dalla malattia originaria da ciò che, invece, costituisce un aggravamento riconducibile alla imperizia sanitaria riscontrata.
Il risarcimento deve riferirsi alle conseguenze causalmente imputabili alla condotta contestata.
Possono venire in considerazione postumi permanenti, periodi di invalidità temporanea, ulteriori interventi e cure, spese sostenute, perdita o riduzione della capacità lavorativa e altre conseguenze patrimoniali e non patrimoniali.
Nei casi più gravi, compreso il decesso del paziente, possono inoltre sorgere autonome posizioni risarcitorie in capo ai familiari.

Prima della causa è necessario un accertamento

La disciplina della responsabilità sanitaria prevede, prima dell’eventuale giudizio risarcitorio, uno specifico passaggio preliminare.

A seconda del percorso scelto, può essere utilizzato l’accertamento tecnico preventivo ai fini conciliativi previsto dall’art. 696-bis c.p.c. oppure la procedura di mediazione.

L’accertamento tecnico preventivo riveste particolare interesse perché consente di sottoporre la vicenda all’esame di consulenti tecnici e, allo stesso tempo, di verificare se esistano le condizioni per una soluzione della controversia senza affrontare un giudizio ordinario.

La decisione su come procedere dovrebbe però essere assunta soltanto dopo aver esaminato il caso e la relativa documentazione.

Prima di agire, occorre capire se esistono davvero i presupposti

Chi ritiene di avere subito un danno sanitario cerca spesso immediatamente una risposta alla domanda: “posso chiedere un risarcimento?”

La risposta più corretta, nella maggior parte dei casi, viene però dopo un’altra domanda:

“cosa emerge realmente dalla documentazione clinica?”

Per questo la prima fase dovrebbe essere dedicata alla ricostruzione del percorso sanitario e alla valutazione congiunta degli aspetti giuridici e medico-legali.

In alcuni casi emergeranno elementi che consentono di approfondire una possibile responsabilità. In altri, l’esame potrà evidenziare che l’esito negativo non è causalmente riconducibile a una condotta censurabile.

Fare questa verifica prima di assumere iniziative significa tutelare il paziente anche dal rischio di affrontare una controversia lunga e costosa senza adeguati presupposti.

Se Lei o un familiare avete subito conseguenze inattese durante un ricovero, un intervento o un percorso diagnostico, il primo passo utile è normalmente quello di acquisire la documentazione sanitaria completa e sottoporla a una valutazione preliminare.

Solo dopo questa analisi è possibile comprendere se vi siano elementi che giustificano ulteriori approfondimenti e quale percorso sia più appropriato nel caso concreto.